Gennaio 2012
Voglio proporre i miei racconti a qualche editore.
Li ho già scelti e inseriti in un file unico.
Mi manca il titolo.
Ne ho due in mente.
Il primo è Con il gatto sotto braccio.
Il secondo è … e altri racconti.
Vedrò. Valuterò. Deciderò.
Sul ponte sventola bandiera stanca.
Le scale a chiocciola.
Le piscine vuote.
Le api, le vespe e i calabroni.
I ragni.
L’Ananas e il kiwi.
L’uvetta e i canditi che si trovano in panettoni e colombe.
L’altezza.
Il vento che soffia forte.
La gente che insiste troppo.
E altro che in questo momento non ricordo.
- Lui: Hai due occhi...
- Lei: Ne preferivi tre?
Quelli che in televisione quando parlano guardano verso la telecamera anziché verso l’interlocutore.
Ma cosa siete, strabici?
Ci pensavo poco fa.
Forse è il colore a irritarmi.
Se la neve non fosse bianca, magari la sopporterei di più.
Vuoi mettere una bella distesa blu?
O gialla? O rossa?
Facciamo indaco e non se ne parli più!
Ci sono libri dalle copertine terribili.
Aride quanto un deserto.
Geometriche quanto un’equazione.
Dai colori spenti oppure improbabili.
Lì mi lascio guidare dal prezzo.
Se costa poco, soffoco il mio senso estetico.
E quando decido di leggerli, lo faccio tenendo gli occhi chiusi.
Così il cuore mio non duole.
Lo disprezzano tutti.
Perfino la sua immagine riflessa allo specchio.
Gli sputa sempre in faccia.
Questa non è male:
(ANSA) - SANTIAGO DEL CILE, 31 GEN - La polizia cilena ha bloccato un camion frigorifero contenente 5,2 tonnellate del millenario ghiaccio del ghiacciaio Jorge Montt, situato nel Parco Nazionale Bernardo O’Higgins della Patagonia locale, apparentemente destinato a bar e ristoranti della capitale, soprattutto per preparare cocktail. Lo rendono noto i media, precisando che la procura della citta’ di Cochrane ha aperto un’indagine per stabilire i motivi di un furto che non ha precedenti.
Mi mancano 101 pagine alla fine del romanzo di Murakami.
Dai, che sono curioso di vedere come finisce…
- Mi è indifferente, - risposi.” —Haruki Murakami
Per lui è solo sesso.
Così, almeno, crede.
Per lei non si sa bene.
Deve ancora decidere.
Ma anche l’altro ha le idee leggermente confuse.
Si accettano suggerimenti.
Da chiunque.
Per qualunque cosa.
Vendo incertezze a basso prezzo.
Hanno pure la garanzia.
Soddisfatti o insoddisfatti.
Qualcuno vuole favorire?
Siamo arrivati all’ultimo atto della trilogia robotica di Go Nagai. In Italia conosciamo la serie come Atlas Ufo Robot. Il titolo originale dei 74 episodi che la compongono è, invece, Ufo Robot Grendizer. Quell’Atlas non c’entra un’acca. Sarebbe, anzi, frutto di un lapsus linguistico. L’Italia, infatti, non acquista la serie direttamente dai giapponesi. La prende dai francesi, che occidentalizzano tutto, cambiando i nomi dei protagonisti e di tutto quello che si può. Gli adattatori riprendono pari pari l’onomastica d’Oltralpe: Goldorak diventa Goldrake, Actarùs diventa Actarus, e via di questo passo. Atlas Ufo Robot non sarebbe altro che il titolo della guida (Atlas) all’anime, del libretto, cioè, dove si forniscono le informazioni minime relative al cartone animato… L’analisi si baserà comunque sulla nuova edizione dell’anime, approntata dalla Dynit che ha recuperato gli episodi inediti, ripristinato nomi originali di personaggi e armi e corretto alcune inesattezze filologiche
All’inizio ritroviamo per la terza volta l’ex pilota di Mazinga Zeta. Ma non si chiama Ryo, né – come invece dovrebbe – Koji. Qui il nome è Alcor (e sappiamo anche perché). Sta tornando dall’America a bordo di un disco volante giallo come un limone progettato e costruito da lui stesso, quasi uguale ai finti UFO fotografati anni fa da un certo Velikowskij. Durante il viaggio, s’imbatte in una navicella extraterrestre, ma senza particolari conseguenze. Ha appuntamento con il Dottor Procton, direttore del solito istituto di ricerche (spaziali, questa volta). Atterra nella fattoria Shirakaba, di proprietà dello scienziato. La gestisce Rigel, un buffo nanetto vedovo accanito sostenitore degli “spaziali” (come li chiama lui), – insieme ai suoi figli: il piccolo Mizar e Venusia. Li aiuta Actarus, il taciturno e indecifrabile figlio di Procton, vestito all’americana. Impulsivo com’è, Alcor entra subito in attrito con lui. Intuisce che il ragazzo nasconde un segreto, anche se non capisce di cosa possa trattarsi. Appena gli extraterrestri si rifanno vivi, salta a bordo del suo disco per stabilire un contatto diretto, nonostante Actarus gli consigli di non farlo. Morale: salta un fuori mostro da combattimento che gli dà una bella strigliata. Fortunatamente, interviene Goldrake, che lo protegge e distrugge il robot avversario.
Il mistero si svela già nel secondo episodio. Procton, infatti, decide di raccontare ad Alcor la vera storia del figlio. Actarus è – incredibile a udirsi – il principe ereditario della Stella Fleed, abitata da gente pacifica, in possesso di una tecnologia molto avanzata. La pace, come sempre in questi casi, dura ben poco. Il fetentissimo Re Vega ritiene che quel pianeta sia stato anche troppo tranquillo, e lo attacca. Le sue truppe massacrano la famiglia reale. Poi costringe gli scienziati del posto a utilizzare le loro conoscenze per costruire un micidiale robot da combattimento: Goldrake. Actaurs non ha scelta: si porta via l’automa e arriva, in fin di vita, sulla Terra. Qui incontra Procton, che lo cura e lo adotta. Non solo: fa costruire sotto il proprio istituto un hangar nel quale nascondere il robottone. Hai visto mai che possa tornare utile…
Terminato il racconto, Alcor promette di mantenere il segreto sul passato di Actarus. Tra i due nasce l’amicizia. Non potrebbero darsi due caratteri più diversi tra loro. Tanto il primo è impulsivo e irruento, quanto il secondo è saggio e riflessivo. L’impressione è che Alcor si consideri in perenne competizione con l’amico. Forse ne soffre la superiorità come guerriero. Parliamoci chiaro: i tempi di Mazinga Zeta (rievocati, tra l’altro, nel primo episodio con un fermo immagine che gli spettatori italiani non hanno compreso per ovvie ragioni) sono lontani. Alcor non è più al centro dell’attenzione. Deve adattarsi a fare il comprimario di lusso. Oltretutto, la sua abilità di combattente sembra essere andata a farsi friggere: il suo aiuto è prezioso, d’accordo, ma le occasioni in cui l’altro deve tirarlo fuori dei guai sono innumerevoli. Dimostra quello che vale davvero soltanto nell’episodio intitolato Alcor, un vero combattente. Ma ormai la serie è quasi giunta al termine…
La principale novità di Atlas Ufo Robot è la provenienza del nemico. Al posto della solita stirpe autoctona risvegliatasi da un sonno millenario, troviamo una razza aliena. La piramide gerarchica è scarna e delineata con precisione. In cima c’è Re Vega, una mostriciattolo che, lo scopriremo verso la fine, ha una figlia bellissima (chissà da quale pastrocchio genetico è venuta fuori). Segue il Generale Gandal, un tipo la cui faccia ogni tanto si apre per mostrare una donnina in miniatura: sua moglie Lady Gandal (qualcuno ha ipotizzato un parallelo con il Barone Ashura, nemico double-face di Mazinga Zeta). E poi c’è Hydargos, comandante delle truppe d’invasione, il cui aspetto ricorda un topone viola. Il nemico si è stabilito sulla faccia nascosta della luna, da cui sferra gli attacchi alla Terra. I mostri di cui si serve nella prima parte della serie sono dischi volanti che cambiano aspetto, trasformandosi in robot.
Dopo il secondo episodio, la vicenda procede seguendo fedelmente lo schema tipico degli anime robotici. Vega cerca d’individuare la base segreta di Goldrake. Trama e briga, elaborando piani tutto sommato abbastanza semplici che vengono invariabilmente scoperti. A quel punto, entra in scena Actarus. A bordo del suo robot, affronta di volta in volta un diverso avversario. Di solito, i dischi da combattimento sono guidati da piloti anonimi, senza volto né storia. Alcuni di loro, invece, hanno una personalità precisa, e noi ne conosciamo motivazioni e psicologia. Facciamo un paio di nomi: i comandanti Mineo e Iara, che incontriamo nei primi episodi. A entrambi viene chiesto di uccidere Actarus in cambio di qualcosa: la salvezza del proprio mondo (nel caso della tormentata Mineo), e della madre (nel caso del brillante scienziato Iara).
La rigida routine narrativa della serie viene comunque “movimentata” da alcuni avvenimenti chiave. Il primo riguarda Venusia, la figlia di Rigel. Come da copione, la fanciulla ama Actarus in silenzio, sperando che prima o poi si accorga di lei. Intanto, scopre il suo segreto. E questo non fa che aumentare il suo amore… Fondamentale l’episodio 26. Hydargos decide di stringere i tempi: attacca Goldrake con addirittura tre mostri, cosa mai successa fino a quel momento. Lo spettatore intuisce di trovarsi davanti ad una prima resa dei conti. Lo scontro è serrato, e si esaurisce nell’episodio numero 27 (primo caso di avventura in due parti). Nel finale, Hydargos lancia l’astronave madre in un disperato attacco suicida contro Goldrake. Lui ci lascia la pelle, mentre Gandal ne esce sfigurato. Lo operano e, non si capisce in base a quale procedimento, sua moglie cambia look. Adesso, quando gli si apre una faccia, compare un volto femminile, non più la donnina in miniatura. Il posto del defunto viene preso dal Ministro delle Scienze Zuril. Ha una particolarità: l’occhio sinistro contiene una specie di proiettore con tanto di vocina metallica, che entra in azione ogni qual volta ci sia da fornire una spiegazione di tipo scientifico. Siamo all’episodio 28, importante anche per un altro motivo: Rigel cambia idea sugli alieni. Quando vede minacciata la propria famiglia, capisce che le loro intenzioni sono tutt’altro che pacifiche, e comincia a considerarli dei nemici.
Non poteva mancare una complicazione di quelle serie. Actarus ha una ferita al braccio destro. Grave. Contaminata dalle radiazioni Vegatron. Riacutizzata da un banale incidente nell’episodio 30. Se l’è fatta scappando dalla Stella Fleed. Il problema è che se raggiunge il cuore, sono cavoli acidissimi. Ma niente paura: nell’episodio 71 (mai trasmesso in televisione; lo si può vedere, sia pure in parte, nel lungometraggio Goldrake addio, ricavato dalla distribuzione italiana assemblando gli episodi finali della serie) va tutto a posto. Re Vega plagia Marcus, il migliore amico di Actarus, e lo convince a ucciderlo. Il piano, però, non funziona: il ragazzo rinsavisce. E prima di lanciarsi in un attacco suicida contro il nemico, cura la ferita con radiazioni Vegatron attenuate.
Arriva anche il momento di potenziare Goldrake. A differenza di molti altri robottoni, le migliorie non riguardano l’arsenale. Le armi, infatti, rimangono le stesse. Procton studia e realizza tre veicoli che, agganciandosi al corpo del robot, gli permettono di muoversi in condizioni per lui non ottimali: Goldrake 2 per i combattimenti aerei, il Delfino Spaziale per gli scontri subacquei e la Trivella Spaziale per le battaglie sotterranee. Ci sarebbe anche l’Ultrasottomarino, concepito per gli abissi marini, ma viene utilizzato una volta sola. Il primo e il terzo sono pilotati da Alcor (cui le truppe di Vega, durante l’episodio 27, hanno distrutto il disco volante giallo), il secondo da Venusia, che scende in campo a fianco dell’amato. Chiaramente, per sfruttare al meglio le tre navicelle occorre una perfetta simbiosi tra Actarus e il pilota del veicolo d’appoggio. Novità anche per la base di Goldrake: avendone scoperta l’ubicazione, nell’episodio 42 Vega la distrugge. Ma Procton non è uno sprovveduto. Ne aveva già pronta una nuova, con tanto di guscio protettivo.
C’è tempo anche per un bel colpo di scena, in ossequio al meccanismo teatrale del “riconoscimento finale”. Sapevamo che Actarus era orfano dei genitori, uccisi da Vega sul pianeta natio. Quello che ignoravamo era l’esistenza di una sorella minore, della quale il ragazzo non parla mai, rendendo in questo modo poco verosimile la sua (ri)comparsa. La fanciulla arriva nell’episodio 49 e si chiama Maria. Ha appena 14 anni, ma sa farsi valere. Possiede la facoltà della preveggenza, che su Fleed è concessa a una persona su cento. Strano che ne faccia uso in un solo episodio… Le affidano, comunque, la Trivella Spaziale. A causa del suo carattere pepato, entra subito in competizione con Alcor (per il quale, però, si prenderà una cotta), e si dimostra, almeno all’inizio, molto indisciplinata. Tende a comportarsi di testa sua, non obbedisce agli ordini, parte per prima, non aspetta i compagni… rifiuta, insomma, il lavoro di squadra. Verrà richiamata all’ordine da Alcor («Non puoi fare come ti pare, Maria! Torna in formazione!») e, come vedremo, anche dal fratellone.
La svolta dell’anime si verifica nell’episodio 52. Il pianeta Vega, come dice il sovrano stesso, «nopn può più ospitare alcun essere vivente. È un pianeta morto…». Prova ne sia che esplode, costringendo Re Vega e il suo esercito (i civili, naturalmente, vengono abbandonati al proprio destino) a trasferirsi in massa sulla base lunare. Da questo momento, l’invasore alieno non combatte più per semplice ambizione, ma per necessità: è in gioco la sua sopravvivenza. Serve una nuova patria, quindi la conquista della terra diventa una scelta obbligata. Non basta: Dantus, braccio destro di Vega, sostituisce i Dischi da Combattimento con altri mostri più potenti, ottenuti tramite la modificazione genetica di animali comuni, e chiamati “Mostri di Vega”. Così ne parla Procton qualche episodio più avanti: «A differenza dei mostri spaziali, affrontati finora, i Mostri di Vega sono dei cyborg dotati di una propria capacità decisionale».
Il primo a scendere in campo è lo scimmione King-goli, che riesce addirittura a strappare un braccio – quello sinistro – a Goldrake. E qui è opportuno aprire una parentesi per dire che questo è uno dei robottoni meno danneggiati nella storia degli anime robotici. Gli capita in tutto tre volte: nell’episodio 13 (un disco da combattimento brucia i circuiti di Goldrake che non può più utilizzare le sue armi, ma l’emergenza si risolve anche grazie all’aiuto di Alcor), qui e nell’episodio Alcor, un vero combattente (mezza gamba sciolta e Alabarda Spaziale andata). La situazione è disperata: il nuovo mostro è praticamente invincibile e rapisce Venusia (il riferimento a King Kong è fin troppo evidente). A sistemare tutto pensano – incredibile ma vero – Gandal e Zuril nell’episodio 53. Uccidono Dantus per gelosia “professionale”, lasciando così senza controllo King-goli, che non ha più scampo. Da questo momento, capiterà piuttosto spesso che Goldrake e i suoi amici debbano affrontare due mostri per volta. Tanto più che il nemico riesce a costruire un avamposto nella Fossa oceanica.
Dopo la distruzione di questa base, l’anime subisce un’improvvisa accelerazione. Il finale è convulso. Dà l’impressione d’essere un po’ sbrigativo, come se i diversi nodi narrativi venissero sciolti un po’ così, giusto per dare una parvenza di conclusione al tutto. Nell’episodio numero 71 – mai trasmesso in televisione, ma inserito quasi per intero nel film-collage Goldrake, addio – compare il più caro amico d’infanzia di Actarus. Vega gli ha candeggiato il cervello, commissionandogli la morte del pilota di Goldrake. Ma lui si libera dal condizionamento subito e, prima di lanciarsi in un attacco suicida (tipico di questi personaggi che durano lo spazio d’un episodio, manco fossero delle farfalle), salva la vita al protagonista. Guarisce la sua ferita colpendola con una particolare pistola. Assurdità a parte – chi s’immaginava fosse così facile, risanare l’eroe? – è un evento fondamentale.
Ne segue un altro, a quota 72. Rubina, la splendida figlia di Re Vega, va sulla Terra per parlare con Actarus. I due giovani, innamoratissimi, avrebbero dovuto sposarsi prima che il padre invadesse la Stella Fleed. (Il che contraddice l’episodio numero 25, nel quale sembra che il Grande Amore di Actaurs fosse, invece, una certa Naida). Com’era destino, la fanciulla muore tra le braccia dell’amato. Prima, però, riesce ad avvisarlo che sul suo pianeta natio l’effetto delle radiazioni si è esaurito e sta rinascendo la vita. Allo stesso tempo, Alcor uccide Zuril. Intanto, Lady Gandal ha un ripensamento. Narcotizza il marito perché vuole passare dalla parte dei terrestri. Ma Gandal si risveglia prima del previsto e la uccide… sparandosi in un occhio. Poi si lancia nell’ennesimo attacco suicida.
Nel raffazzonatissimo ultimo episodio, Procton costruisce per Alcor, Venusia e Maria tre navicelle che unendosi compongono il Cosmo Speciale. Vanno tutti sulla Luna, e distruggono la base, uccidendo Re Vega. La guerra è finita. Maria e Actarus partono per la Stella Fleed a bordo di Goldrake. Devono ricostruire il pianeta natio (e come faranno, se sono gli unici due superstiti, Dio solo lo sa…). L’addio è straziante e lacrimevole, specie per Alcor e Venusia. Ma tant’è. La vita continua. L’anime si chiude in maniera brusca, come se gli autori non vedessero l’ora di metterci una pietra sopra. La ragione è semplice. Go Nagai litiga a morte con la Toei Animation, la casa di produzione con cui ha realizzato le sue serie robotiche, a causa di Gaiking, robottone di cui parleremo più avanti.
Tiriamo qualche somma. Nemmeno Actarus sfugge alla dura legge degli anime. È orfano di entrambi i genitori. Gli è rimasta soltanto la sorella. Però è diverso dai piloti che l’hanno preceduto e da quelli che cronologicamente lo seguiranno. Non tanto per le due origini aliene, quanto per la sua indole. Un ragazzo riflessivo, saggio. E riservato. Quasi mai parla del suo passato. Quando lo fa, le informazioni in proposito sono minime. Raccontate con la tecnica del flashback a immagine fissa (disegnata, cioè, e non animata). Soprattutto, è una persona pacifica. Ragiona come gli antichi samurai. Lo sentiamo dire: Un uomo forte è colui che riesce a vincere senza usare la violenza (messaggio che in un episodio cerca di trasmettere al piccolo Mizar, che in lui vede un fratello maggiore). Combatte giusto perché costretto, e la sua è una violenza difensiva: si limita, infatti, a rispondere agli attacchi del nemico. Soffre molto la sua condizione. Lo vediamo spesso combattuto tra il desiderio di condurre un’esistenza tranquilla e la necessità di proteggere gli abitanti della terra. Il suo tormento si trova tutto in questa sua frase: Non ho scelta. Devo andare incontro al mio destino e combattere! Anche se dovesse costarmi la vita! La cosa strana è che pilota Goldrake con estrema disinvoltura, come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Eppure non abbiamo notizie – né immagini retrospettive – del solito massacrante addestramento finalizzato a formare un perfetto guerriero.
In fondo, Actarus lotta senza avere grandi appoggi. I due Mazinga non possono aiutarlo, perché non sono all’altezza della tecnologia aliena di Vega. E lui non è, né si ritiene, invincibile. Tutt’altro. Per vincere ha spesso bisogno dell’intervento di Alcor, Venusia e Maria. Questo è uno dei tanti anime che esaltano il concetto di gruppo. Nessuno deve avere la presunzione di poter fare ogni cosa da solo. Abbiamo tutti bisogno di aiuto. È quello che cercano di far capire Actarus e Alcor a Maria, inizialmente indisciplinata e refrattaria al gioco di squadra, tanto da mettere in pericolo la vita degli altri componenti:
Actarus: Guardate questo pianeta… è meraviglioso!
Alcor: Ed è salvo grazie a te!
Actarus: No, […] grazie a tutti noi. Maria!
Maria: Cosa c’è?
Actarus: La vittoria di oggi la dobbiamo al lavoro di squadra. Non devi dimenticarlo.
Maria: Sì, certo. Ora lo so…
Si è accennato all’involuzione subita dall’ex pilota di Mazinga Zeta. Alessandro Montosi, nel già citato Ufo Robot Goldrake. Storia di un eroe nell’Italia degli anni Ottanta, ipotizza che al centro della trilogia robotica di Go Nagai sia proprio la crescita spirituale di Ryo/Koji/Alcor, figura che, come dicevamo, è presente in tutte e tre le serie. Mazinga Zeta rappresenterebbe la sua “infanzia” di guerriero; Il Grande Mazinga l’adolescenza; Atlas Ufo Robot la maturità, intesa quale momento il ragazzo comprende che non può – né deve – ruotare tutto intorno a lui. Questa, però, si è dimostrata un’arma a doppio taglio. Quando gli spettatori giapponesi, accaniti fan di Alcor, hanno visto che faceva la figura del fesso, sono rimasti delusi, negando a Goldrake il successo che ha invece avuto qui in Italia.
Anche di Venusia abbiamo già parlato. Resta poco da dire. Si direbbe scenda in campo per stare vicina all’uomo che ama. È certo, comunque, che la sua figura si evolve. Nell’episodio 37 cambia look – al pari di Actarus – adottandone uno più moderno: abbandona l’abbigliamento country di inizio serie e adotta un taglio di capelli più adulto. La maturazione interessa anche il carattere. La ragazza dimostra una determinazione e un’energia di cui forse nemmeno lei sospettava l’esistenza. Actarus non vorrebbe coinvolgerla nella guerra contro Vega, ma lei riesce a fargli cambiare idea. Oltretutto, prende con sportività i due vecchi amori del ragazzo, Naida e Rubina. Amare e tacere è il suo destino.
Qualche parola sui personaggi “minori”. Cominciamo da Mizar, il fratellino di Venusia. Fra lui e Actarus, lo abbiamo accennato, c’è un rapporto speciale, ai limiti della venerazione. Il piccolo considera l’altro un fratello maggiore, una creatura perfetta senza alcuna macchia. In un episodio rimane male perché il suo idolo si rifiuta di venire alle mani con Banta. Ma capirà la lezione. Dal canto suo, Actarus lo tratta come un adulto, scoltandolo e prendendolo sul serio. C’è un episodio molto importante, in questo senso. Mizar ritiene di avere visto qualcosa di strano alle pendici di un monte. Il personale del centro di ricerche non lo prende sul serio. A quel punto, Actarus lo esorta ad insistere, a combattere per ciò in cui crede. Rinfrancato dall’appoggio del suo “fratellone”, il bambino permette al Dottor Procton di sventare l’ennesimo piano del nemico. Nell’episodio 37 la sorella gli svela chi sia Actarus in realtà.
I momenti “leggeri” vengono commissionati in esclusiva a due personaggi. Il primo è Rigel, l’orrendo padre di Venusia e Mizar, gestore del ranch in cui lavora Actarus. Veste da cowboy perché da giovane – e riesce difficile immaginarselo tale – è stato nel West. Come sappiamo, dopo essere stato accanito sostenitore degli esseri spaziali – trascorrendo molto tempo accanto alla radio sistemata nel punto più alto della fattoria – diventa loro nemico. Scopre la verità su Actarus nell’episodio 38. E verso la fine della serie sorprende tutti, affrontando con successo due emissari di Vega che volevano da lui certe foto compromettenti. Gli fa da spalla Banta, un ragazzo ciccione vestito alla messicana (e non se ne comprende il motivo) con una madre più massiccia e più brutta di lui. Costituisce una delle incongruenze narrative di questo anime, perché a un certo punto svanisce nel nulla. E nessuno si sente in dovere di spiegarci il come e il perché della sua sparizione. Chiudiamo con una guest star d’eccezione: in due episodi riecco Boss e il suo Boss Robot. Nel secondo aiuta addirittura Goldrake a sbarazzarsi del disco da combattimento. Gli spettatori, però, non capiscono chi diavolo sia. Mazinga Zeta e Il Grande Mazinga, infatti, non sono ancora stati trasmessi dalla televisione italiana…
Rimaniamo in tema di assurdità. La tecnologia aliena è senza dubbio superiore a quella terrestre. Ma allora come mai non riescono ad avere ragione della squadra capitanata da Actarus? In fondo, sono cinque contro milioni di creature. Hanno difficoltà perfino ad individuare la base di Goldrake. Ah, ce la fanno, ma ne impiegano, di tempo… In più adottano una strategia incomprensibile: invece di sferrare un bell’attacco in massa, impiegando decine di mostri, si limitano a tante missioni singole. Durante le quali potrebbero attaccare Actarus proprio mentre esce con il suo robot dal disco di appoggio. A proposito, quando Goldrake entra in azione, il suo pilota tira verso di sé una leva sistemata sopra la sua testa. Il sedile scende per entrare nella testa del robottone. Perché mentre va giù compie un giro di 360 gradi?… Chiudiamo con una incoerenza narrativa riguardante Alcor. Chi abbia visto tutte e tre le serie si sarà accorto che il passato dell’ex pilota di Mazinga Zeta pare svanito nel nulla. Fatta eccezione per le due apparizioni di Boss, non ne rimane traccia alcuna. Il giovane stesso non parla mai né di Sayaka, né del fratellino Shiro. Come non fossero mai esistiti…
Mazinga Zeta inaugura, di fatto, un vero e proprio genere, per cui alcune imprecisioni sono comprensibili. Ora, secondo la regola generale, il nemico dell’umanità è una razza “indigena” che si risveglia da un sonno millenario. Qui non è proprio così. L’avversario è il Dottor Inferno, vale a dire un altro essere umano. Gli antichi sono presenti in maniera indiretta: lo scienziato pazzo ne scopre i resti e ne utilizza la tecnologia per la propria ambizione. Una roba mista, insomma. Con il Grande Mazinga, invece, la civiltà esce allo scoperto. Si vede e si sente.
Sullo schema narrativo dei 56 episodi c’è poco da dire. Si ripete identico ogni volta, secondo le modalità descritte nel paragrafo precedente. Inutile tornarci su. Basterà dire che lo scopo è mostrare il combattimento fra il robottone e un mostro. Il resto ha una funzione puramente strumentale.
C’è stato un passaggio di consegne, dicevamo. Mazinga Zeta ha fatto il suo tempo. Per il momento, non serve più. Tocca al Grande Mazinga (Gureto Majinga, per gli intenditori), versione potenziata del robot inventato da Juzo Kabuto. Si passa dalla Superlega Zeta alla Lega NZ. In effetti, fino all’episodio numero 24 non subisce grandi danni. È il primo, fra l’altro, ad avere una spada nel proprio arsenale. Nuovo il pilota, Tetsuya Tsuruji. Nuova la base, la Fortezza delle Scienze (inizialmente chiamata Fortezza della Scienza). Nuovo pure lo scienziato a capo di tutto: è, come sappiamo, il padre di Ryo/Koji, Kenzo Kabuto. Non è morto come tutti credevano, ma è diventato un cyborg. Il nemico è l’Impero delle Tenebre, o, se si preferisce, l’impero sotterraneo di Micene, la cui gerarchia è più complessa. A capo di tutto c’è un misterioso Imperatore delle Tenebre: compare per la prima volta nell’episodio numero 21, ed è una specie di essere di fiamma che si forma da un’esplosione.
Fra i sottoposti, ritroviamo una vecchia conoscenza: il Duca Gorgon. Oltre a lui, ce ne sono altri nove. Si tratta di gigantesche creature derivanti dalla combinazione di componenti meccaniche e organiche. Hanno due teste, una delle quali parlante e generalmente situata nella zona addominale. Il pezzo grosso della situazione è il Generale Nero, chiamato anche Grande Signore. Il quale non va molto d’accordo con il Ministro Argos, uno che la seconda testa se la tiene in mano. Seguono: Yuri Caesar, capo dei mostri antropomorfi; il leone Rigan, capo dei mostri mammiferi; l’aquila Vardallah, capo dei mostri-uccello; la lucertola Dreidow, capo dei mostri rettili; il pesce Angoras, capo dei mostri-pesce; l’insetto Scarabeth, capo dei mostri-insetto; lo spettro Hardias, capo dei mostri-spettro. Tutte queste personcine sono sempre in competizione tra loro. Invece di collaborare, si mettono i bastoni fra le ruote a vicenda.
Forse a causa di un doppiaggio approssimativo (che vede cambiare di frequente le voci di alcuni personaggi), non c’è chiarezza sul nome dei robot messi in campo dal nemico. Vengono chiamati alternativamente «mostri combattenti» o «mostri guerrieri». Li sentiamo addirittura definire «ufo robot». Al pari dei generali da cui dipendono, quasi tutti hanno due teste, una delle quali molto piccola.
Il meccanismo narrativo rimane lo stesso. L’esercito di Micene vorrebbe conquistare la terra, ma per farlo deve togliere di mezzo il Grande Mazinga. Ogni attacco viene portato tramite la fortezza volante Mikeros (distrutta durante l’episodio numero 39 e sostituita dalla più potente Demonica all’inizio del numero 40). Quando i mostri – che spesso agiscono in coppia – compaiono, Testuya sale sul Brain Condor (e non Brian Condor, come abbiamo creduto per anni). Grida Mazinga fuori e il robot esce dal mare. La navicella s’incastra nella sua testa (ecco perché si chiama Brain, cioè «cervello») al grido di Agganciamento. Aggiunge Pronti al combattimento, e dalla schiena del robot spuntano le ali rosse che gli permettono di volare. Poi tutto procede come deve procedere.
Al fianco del pilota, due personaggi vecchi e uno nuovo. Dall’anime precedente riecco Shiro, il fratellino di Ryo, che vive nella Fortezza delle Scienze insieme al padre redivivo. Come faccia a non capire chi è Kenzo, visto che portano lo stesso cognome, costituisce un mistero di quelli impenetrabili… Lo scienziato gli costruisce Junior Robot, un innocuo e buffo robottino che somiglia a un giocatore di baseball e possiede appena due armi. Ritroviamo anche il goffo Boss con il suo Boss Robot e gli assistenti Nuke e Mucha, cui continuano ad essere affidati i momenti comici. Nonostante tutto, però, il suo aiuto si rivela determinante in più di un’occasione. La presenza nuova è Jun, una ragazzuola che, grazie alla Regina delle Stelle, s’incastra nella testa del robot Venus Alfa, che entra in scena nel terzo episodio. Ha sicuramente più armi e una maggiore potenza rispetto ad Afrodite A, ma la sua utilità in battaglia è molto simile. Le viene dedicato addirittura un intero episodio, durante il quale la vediamo alle prese con una crisi di identità razziale. Jun è figlia di madre giapponese e padre americano di colore. Oltre a percepirsi “diversa” – tanto che, mentre sta sotto la doccia, cerca addirittura di sbiancarsi la pelle con il sapone – si sente esclusa. Una figura più complessa di Sayaka, insomma, nonostante anche a lei sia imposto il ruolo di donna che fa da spalla al protagonista maschio.
In questa serie, tutto sommato, succede poco. Il nemico, nel ventiduesimo episodio costruisce una base avanzata, servendosi di un’isola vulcanica. Verrà distrutta dopo altri 22 episodi. Kenzo Kabuto si decide a confessare a Shiro di essere suo padre e di avere un corpo meccanico. Sulle prime, il ragazzino la prende male. Però non impiega molto ad accettare la situazione. Possiamo anche segnalare le migliorie apportate al Grande Mazinga: l’introduzione dei Pugni Atomici Rotanti ad opera del Professor Tonda, un buffo scienziato che dura appena lo spazio di cinque episodi (dall’8 al 13); il potenziamento delle gambe, dotate del Calcio Distruttore e della Punta d’acciaio; infine la creazione del Super Razzo, chiamato anche Amplificatore (il nome originario, però, dovrebbe essere Great Booster), che gli permette di volare a Mach 5. Per il resto, gli eventi di un certo sono legati alla morte. Le fila del nemico si assottigliano per gradi. Prima ci lascia il Duca Gorgon, sostituito nell’episodio 23 dalla perfida Marchesa Yanus, che diventa il braccio destro di Argos. La chiamano così perché ha due facce. A differenza dei vari generali e del ministro, non è imprigionata nel suo corpo gigantesco, che può lasciare a suo piacimento. Quando entra in esso, vediamo il suo viso apparire in uno dei seni. Poi tocca al Generale Nero, ucciso da Tetsuya nell’episodio 31 dopo un’epica battaglia che vede coinvolti ben tre mostri. Lo sostituisce, nell’episodio 36, il Gran Maresciallo del Demonio. Sorpresa: nella calotta trasparente sopra la sua testa vediamo il Dottor Hell. Non era morto: l’Imperatore delle Tenebre lo ha – non si sa come – salvato e rappezzato.
È nel finale della serie che si concentrano i fuochi d’artificio. Ryo – che qui chiamano con il nome originale, Koji – rientra in Giappone. Torna alla guida del vecchio Mazinga Zeta per dare man forte al collega, e scopre pure che il padre è ancora vivo. I due si riavvicinano, provocando però la gelosia di Tetsuya, che è stato adottato, cresciuto e addestrato da Kenzo Kabuto. Il ragazzo si sente escluso: nasce in lui la convinzione che lo scienziato non gli abbia mai voluto bene e si sia servito di lui per i suoi scopi. E teme che possa metterlo da parte, ora che si è ricongiunto con il figlio naturale. Da qui a entrare in competizione con Ryo, il passo è più che breve. L’atmosfera si fa pesante. È un problema, perché le questioni personali creano grosse difficoltà in battaglia. Per fortuna, i piloti superano gli attriti, e i generali di Micene vengono sconfitti a uno a uno dai due Mazinga. Ma come in molti anime, la vittoria è tutt’altro che indolore. Per salvare la vita di Tetsuya, Kabuto sacrifica la propria in un attacco suicida con la Fortezza delle Scienze, morendo per davvero. Alla fine, i due figli – quello naturale e quello putativo – piangono il padre. Tetsuya rimane in Giappone a leccarsi le ferite, sostenuto dall’affetto di Jun (c’è una mezza dichiarazione “muta”, fra i due). La voce narrante ci informa che Ryo torna in America per mettere a punto il progetto di un disco volante, mentre i due Mazinga vengono esposti nel Museo dei Robot come simboli di pace.
Ci sono alcuni dettagli che non tornano, in questa storia. Il primo riguarda i generali di Micene. A vederli così, li diresti tutti fortissimi. In realtà, a parte il Generale Nero, si rivelano delle emerite schiappe. Sono addirittura meno potenti dei mostri che hanno sguinzagliato contro Tetsuya per tutta la serie. Uno di loro viene addirittura distrutto da Venus Alfa… I due Mazinga – che, a pensarci bene, potevano anche svegliarsi e unire prima le loro forze, invece di farlo proprio alla fine – li fanno fuori nel giro di appena quattro episodi, gli ultimi (dal 53 al 56), dando oltretutto la sensazione di un epilogo affrettato, messo insieme in quattro e quattr’otto giusto per chiudere la pratica.
La contraddizione più vistosa, però, riguarda l’Imperatore delle Tenebre, capo assoluto di Micene. Che fine fa? Non partecipa affatto allo scontro. E i buoni non vanno a cercarlo per neutralizzarlo. Anzi, scompare dalla scena. Alessandro Montosi, nel recentissimo saggio Ufo Robot Goldrake. Storia di un eroe nell’Italia degli anni Ottanta, formula un’ipotesi circa questa “dimenticanza”. Gli sceneggiatori non sapevano per nulla come sarebbe proseguita la trilogia robotica di Go Nagai (conosciuta da tutti come Mazinsaga). Per questo hanno perso una tessera del mosaico. Ultima domanda. È evidente: il punto debole del Grande Mazinga è la testa, dove si incastra la navicella di Tetsuya. Possibile che in 56 episodi nessuno abbia pensato a concentrare gli attacchi proprio in quel punto?…
I piloti dei due robot sono molto diversi fra loro. Di Ryo sappiamo che si trova costretto a cambattere. Lo fa perché deve: messo davanti al fatto compiuto, non può che abbozzare e menare le mani. In questo somiglia molto al suo Mazinga Zeta, che non è stato proprio costruito per finalità belliche. È un guerriero, certo, ma si comporta come un ragazzo comune. La battaglia è solo un momento della sua esistenza. Per il resto, ha gli interessi di un suo qualunque coetaneo.
Nemmeno Tetsuya ha potuto scegliere. È il tipico protagonista degli anime: morte di entrambi i genitori e infanzia terribile. Kenzo Kabuto lo adotta, insieme a Jun, e lo sottopone al solito massacrante tirocinio. Il Grande Mazinga è stato costruito appositamente per combattere contro Micene, quindi deve essere pilotato da un professionista. Tra scienziato e figlio adottivo si instaura la classica relazione conflittuale che unisce sensei e discepolo, maestro-padrone e allievo-vittima. Nonostante la tensione continua, Tetsuya ama il patrigno. A differenza di Ryo, però, non ha altri interessi oltre alla guerra. Gli hanno insegnato ad avere un solo scopo nella vita: combattere. Fuori del campo di battaglia si sente spaesato. Il condizionamento cui è stato sottoposto, lo porta a considerare Mazinga una macchina per distruggere. Anzi, molto di più. Tanto è vero che nel secondo episodio lo sentiamo dire: «Io e Mazinga siamo un solo corpo e una sola anima». Sa di essere il migliore nel suo campo. Per questo tratta Boss e Jun con supponenza e tende a rifiutarne l’aiuto. Non li considera “alla sua altezza”. Tanto più che è cresciuto contando sempre e soltanto sulle proprie forze. Della ragazza dice: «È troppo sicura di sé. Non vuole capire che quando si combatte non si è mai certi di vincere». Permette a Ryo di lottare al suo fianco, ma è, tutto sommato, una concessione forzata. Vuole il palcoscenico tutto per sé. E non gli va di dividere con altri Kenzo Kabuto, perché costituisce il suo unico affetto, la sua sola famiglia.
Ryo e Tetsuya sono personaggi costruiti in base al contesto narrativo nel quale si muovono. Non potrebbero essere altro da ciò che sono. Come il primo è, a dispetto delle circostanze, spensierato e solare, l’altro, più adulto, è pieno di rabbia e aggressività. Si comporta da duro fin dall’inizio ed entra immediatamente in contrasto con il burbero Boss. Facce della stessa medaglia. In fondo, si completano a vicenda.
L’aspetto dei primi robot è sobrio. Nessuna concessione ai fronzoli e tre colori primari: nero, blu e rosso. Con qualche spruzzata di giallo qua e là. Anche le armi sono ridotte all’essenziale. Poche, ma potenti. E suscettibili d’integrazioni. Nel senso che un’aggiunta ogni tanto, male non fa. Le modifiche hanno sempre lo scopo di compensare le carenze dei giganti. Devono poter combattere ovunque. Non solo sulla terra, dunque, ma anche in cielo, sott’acqua, e, se necessario, perfino nel sottosuolo. La loro caratteristica principale, però, è un’altra: sono già pronti per l’uso. Il loro corpo non deriva dalla trasformazione di una navicella o dalla combinazione di più elementi. Il pilota ha una sola cosa da fare: raggiungere con un apposito veicolo la cabina di pilotaggio, che il più delle volte coincide con la testa dell’automa. Niente di complicato, insomma.
Pensa Go Nagai a fissare una volta per tutte le “regole del gioco”, con la sua trilogia. Mazinga Zeta (1972), Grande Mazinga (1974) e Goldrake (1975) sono il punto di partenza cui s’ispirano tutte le serie, per confermare oppure alterare lo schema da lui ideato.
L’automa viene pilotato dall’interno. Il centro di comando è localizzato nella testa, alla quale si accede tramite una navicella (di colore rosso). Questo vale per i due Mazinga, perché con Goldrake le cose non funzionano proprio così. Tutti e tre mostrano comunque un legame con l’acqua: Mazinga Zeta esce da una piscina, Grande Mazinga dal mare, mentre Goldrake spunta da dietro una cascata. Quasi a voler suggerire un’origine divina. Secondo la mitologia scintoista, le isole del Giappone nascono da due divinità. La suggestione è, forse, molto sottile. Però c’è.
L’unico problema è che la televisione italiana non ha rispettato per nulla la successione cronologica dei tre anime, trasmettendoli a rovescio. Il primo è stato Goldrake, poi Grande Mazinga, poi Mazinga Zeta. Questo ha confuso appena un po’ le idee agli spettatori, che non hanno potuto apprezzare la continuità della vicenda, e non si sono accorti che un personaggio compare in tutti e tre i cartoni animati: si tratta di Ryo (in realtà Koji) Kabuto, mente di Mazinga Zeta. È lui la stella indiscussa dei 92 episodi della serie, non trasmessa per intero: la Rai si è fermata a quota 56, adducendo quale motivazione l’eccessiva violenza, di cui, però, si è accorta tardi…
Ryo non parte con l’idea di pilotare un robot gigante. Lo tirano in mezzo, come si usa dire. Ma c’è un antefatto, per cui procediamo con ordine. Il Professor Juzo Kabuto, nonno del protagonista, e un certo Dottor Inferno scoprono sull’Isola di Rodi i resti dell’antica civiltà dei Micenei, spazzata via da un terremoto nell’Egeo, che costruiva giganteschi robot per difendersi dai propri nemici. Manco a farlo apposta, Inferno vuole utilizzarli per conquistare il mondo. Lo aiuta il Barone Ashura, capo delle Maschere di Ferro, una creatura metà uomo e metà donna, che prefigura – o meglio anticipa – uno dei personaggi di Goldrake. Ma ne riparleremo. I membri della spedizione vengono tutti uccisi dal Dottor Inferno. Si salva solo Kabuto, che inizia a prendere la sue brave contromisure. S’inventa un robottone che chiama Mazinga Zeta, realizzato con l’indistruttibile Superlega Zeta, ricavata da un nuovo elemento: il Japanium, scoperto in uno strato dell’Era Glaciale e presente solo nella zona del Monte Fuji. Dalla sua scissione si ricava l’energia Fotoatomica, che alimenta l’automa. Purtroppo non riuscirà a vedere la sua creazione all’opera. Gli sgherri di Inferno lo tolgono di mezzo. È qui che entra in gioco Ryo. Arriva dal nonno giusto in tempo per farsi affidare il robot. Dopo di che, il vecchio muore.
Il ragazzo, insieme al fratellino Shiro, si trasferisce armi e bagagli presso l’Istituto di Ricerca sull’Energia Fotoatomica, diretto dal Professor Yumi, amico e collega del Professor Kabuto. Quella diventa la base dei buoni, protetta da una barriera quasi sempre inefficace, e distrutta più volte. Mazinga Zeta fuoriesce dalla piscina dell’istituto al comando di Mazinga fuori! (o Majin-go!). Ryo lo pilota inserendosi nella sua testa tramite l’Aliante Slittante (o Jet Pilder), al comando di Agganciamento! (o Pilder on!). La navicella viene distrutta nell’episodio 69 e ricostruita nel 71. Lo aiuta Sayaka, figlia di Yumi, pilota a sua volta di Afrodite A, un robot femmina avente due siluri al posto dei seni la cui funzione è giusto quella di farsi distruggere (parzialmente o per intero), nonostante sia stata costruita anch’essa grazie al Japanium. Serve qualcosa che allenti di tanto in tanto la tensione della serie. Ecco allora, dal terzo episodio, Boss, uno sbruffone panciuto, amico-nemico di Ryo, sempre insieme ai “soci” Mucha e Nuke. I tre, nel quarantottesimo episodio costruiscono un buffo robot di gomma: Boss Robot (o Bosu Borot), appunto, ancora più inutile di Afrodite A. Ciò nonostante, il suo apporto si rivela spesso prezioso.
La lotta contro Inferno è lunga e difficoltosa. Per conquistare la Terra, lo scienziato mette in campo i suoi Mostri Meccanici. Il loro design non è granché. Sono quasi tutti goffi e ridicoli. Quelli con un aspetto quanto meno dignitoso sono davvero pochi. Alcuni di essi hanno una volontà propria e agiscono in aperto contrasto con il loro creatore. Mazinga Zeta deve adeguarsi per gradi alla sempre maggiore potenza dei robot messi in campo dal nemico. Fondamentale, in questo senso, l’episodio 34: Yumi s’inventa il Jet Scrander, un grosso aliante che, agganciandosi alla schiena corpo del robot, gli permette di volare. Le armi, da poche diventano più numerose. All’arsenale di base si aggiungono, poco per volta, le Scuri Atomiche, il Fuoco di Raggi Congelanti, le Punte d’Acciaio e le Croci Stelle del Sud. Alcune, come i missili dalle dita e il Pugno Boomerang, bengono utilizzate una volta soltanto.
Per il resto, in questo anime non succedono grandi cose. Però qualche avvenimento merita di essere menzionato. Stanco dei continui insuccessi di Ashura, Inferno recluta il Conte Blocken, che diventa il suo braccio destro (episodio 39). Strano tipo: ha una testa indipendente dal resto del corpo. Veste come un nazista e i suoi uomini, gli Elmetti di Ferro, sono abbigliati più o meno come i soldati tedeschi della Seconda Guerra Mondiale Si muove a bordo della fortezza volante Guru. Di lui non sappiamo altro. Mai ci verrà detto da dove venga e quali siano le sue origini. Lui e Ashura – cui viene affidata la fortezza sottomarina Budu – entrano immediatamente in competizione. Nell’episodio 56, invece, il nemico riesce a rubare la Superlega Z. Sembra, però, che la utilizzi per costruire un solo mostro meccanico. Dico sembra, perché da questo momento termina la parte della serie tradotta in italiano. I sottotitoli di quella originale non sono sempre chiarissimi…
A quota 68 compare un personaggio chiave. È il Duca Gorgon, un centauro dal corpo di tigre, emissario dell’Impero sotterraneo di Micene o Mikenes, del quale viene rivelata per la prima volta l’esistenza. È uno che va per le spicce: tratta Ashura e Blocken come pezze da piedi. Collabora, ma a modo suo. Per lo più si limita alla fornitura di mostri più potenti rispetto a quelli di Inferno. Di lì a poco, Sayaka – che nel frattempo ha cambiato look e uniforme – perde per sempre la sua Afrodite A. Il babbo le costruisce allora Dianan A. Design e potenza migliorano, ma il contributo sul campo di battaglia rimane sempre trascurabile.
Durante l’episodio 78 il Barone Ashura ci lascia la pelle. Il suo posto rimane vacante fino a quando non spunta il Marchese Pigman, un feroce e potentissimo cyborg che al posto della testa ha il tronco di un pigmeo. Dura appena lo spazio di cinque episodi (83-87). Arriviamo al finale provvisorio. Boss Robot, Dianan A e Mazinga Zeta sferrano l’attacco decisivo. Il Duca Gorgon abbandona al proprio destino Bloken e Inferno, che muoiono nell’esplosione della fortezza volante Guru. Sembrerebbe essere calato il sipario, ma non è così. Nell’ultimo episodio, il novantaduesimo, scende in campo l’Impero di Micene. Mazinga Zeta viene letteralmente tritato. Ryo, gravemente ferito, viene salvato da un nuovo robottone, il Grande Mazinga, guidato da un certo Tetsuya e composto di una lega chiamata NZ. L’ha creato – udite, udite! – Kenzo Kabuto, figlio di Juzo e padre di Ryo e Shiro. Uno che tutti credevano morto insieme alla moglie nel corso di un esperimento. Il suo corpo è stato ricostruito da Juzo Kabuto, che l’ha trasformato in un cyborg. Chiede al Professor Yumi di non dire nulla ai figli, i quali si separano. Shiro rimane presso il padre, ignorando chi egli sia in realtà (e non si capisce come diavolo faccia a non riconoscerlo…). Ryo, insieme a Sayaka, se ne vola in America, per studiare alla NASA. Il palcoscenico, ora, è tutto per il Grande Mazinga, del quale parleremo a breve.
La storia, insomma, non è complicata. Nessun intrigo. Nessun mistero. E nessuna complicazione. Forse perché Mazinga Zeta è il capostipite. Il primo robottone ufficiale. Qualcuno ha ipotizzato un legame tra la piscina da cui esce, dividendone le acque in due in stile Mar Rosso, con il suo nome originale: Majinga Zetto. Il significato suona più o meno come «Dio (ma)-demone (jin) Zeta». Rispecchia quanto Juzo Kabuto confida al nipote prima di morire: «Con Mazinga Zeta potrai essere come un dio o come un demonio. Questo dipenderà soltanto da te». Il robottone, cioè, è una macchina. Può essere una forza del male oppure una forza del bene. È neutro. Dipende tutto dall’uso che se ne fa. E la responsabilità delle sue azioni ricade per intero sul pilota, che è la sua anima, la sua mente, il suo spirito. Ormai si sa, ma ripeterlo giova: la tecnologia è nulla senza controllo.
Mazinga Zeta è invincibile perché, a differenza dei Mostri Meccanici, ha un pilota. È una combinazione di elemento umano e tecnologia. In effetti, possiede armi micidiali. Ne basterebbe una, per fare a pezzi un robot avversario. Il problema è che Ryo non sa come utilizzarlo. Deve imparare. Ecco che l’anime diventa la storia della crescita del ragazzo, come pilota e come uomo. Controllare una simile potenza lo mette in grado di conoscere a fondo se stesso e i suoi limiti. L’andamento degli episodi si adegua alla formazione del protagonista: i primi si caratterizzano per un’animazione statica, e un ritmo narrativo lento. Col passare del tempo, gli avversari diventano più forti. Prova ne sia che Mazinga Zeta qualche danno lo subisce. La serie si velocizza, perché l’esperienza di Ryo aumenta. Anche se in diverse occasioni sembra davvero imbranato. Tocca allora a Boss e Sayaka dargli una mano. In fondo, proprio inutili non sono…
Il protagonista vive la condizione di apparente orfano integrale. Lui e il fratellino Shiro sono senza madre. Non ne parlano mai. Non se ne vedono immagini, in fotografia o nei soliti flashback. La menzionano soltanto nell’episodio numero 90. Il padre, lo abbiamo detto, non è morto. Sayaka, la sua partner, dovrebbe essere una specie di fidanzata, per Ryo. Fra i due c’è del tenero, ma pure competizione. I due si stuzzicano spesso e volentieri. E non si dichiarano. Sappiamo che è normale, negli anime robotici. A dire il vero, è una condizione assai diffusa nei cartoni animati giapponesi, e ci torneremo sopra. Lei è molto più esperta di lui. In teoria, gli è superiore. In pratica, le hanno affibbiato un robot che fa ridere i polli. La competizione che a volte si avverte palpabile tra loro, è tutta una bufala. In queste serie la donna non può – o forse sarebbe meglio dire non deve – misurarsi con l’uomo in condizioni di parità. La scintilla tra i due sembra comunque destinata a non scoccare mai.
Un’opportunità che prevede molti sbocchi…
Quando smette di piovere, si dice spiove.
Io aspetto che snevichi.
E che si metta a piovere.
I protagonisti degli anime di tipo sentimentale sono dei ragazzi giapponesi. Si abbandona, cioè, l’ambientazione occidentale. Non potrebbe essere diversamente: in letteratura e nell’arte in generale, si parla sempre di ciò che si conosce meglio. Se vogliamo capirci qualcosa, bisogna quindi analizzare la condizione dei giovani in Giappone. Purtroppo non se la passano benissimo: incontrano forti difficoltà a costruire un rapporto affettivo. Le ragioni sono principalmente due. Una è la mancanza di tempo. Chi studia e chi lavora è completamente assorbito dalla propria attività. La vita privata è ridotta al minimo sindacale. L’altra è la tradizione, secondo cui, come abbiamo visto, la donna è di fatto un essere inferiore. Convenzioni vecchie di millenni la privano della libertà di scegliersi un marito, per lo più imposto dai genitori. Si trova quindi coinvolta in matrimoni combinati, sui quali non ha voce in capitolo. Senza contare i rigidissimi vincoli legati al rango sociale.
Per un giovane è quasi impossibile incontrare persone di sesso opposto al di fuori della propria cerchia. Spesso conosce il partner tra i banchi di scuola, sul posto di lavoro, oppure in ambito sportivo. È l’inesorabile logica del gruppo. Essa finisce per condizionare in maniera pesante – direi anche coattiva – ogni aspetto della sua esistenza. La conferma ci viene dagli anime: il protagonista di È quasi magia Johnny s’innamora di una sua compagna di scuola; le sportive Mila (Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo) e Jenny (Jenny la tennista) s’innamorano di ragazzi che praticano il loro stesso sport, e che dunque appartengono al medesimo entourage; in Madmoiselle Anne e Ranma ½, assistiamo a due fidanzamenti combinati dalle rispettive famiglie dei due personaggi principali. Viene da chiedersi in quante serie la persona amata provenga da “fuori”. Forse in quelle la cui storia si svolge in Occidente. In conclusione, i giapponesi non vanno molto lontano, per trovare sposo e sposa.
Entriamo nello specifico. Davide Castellazzi, nel suo Animeland, afferma che queste serie raccontano «storie travagliate, giocate sull’indecisione delle parti, sull’incapacità di dichiararsi o sulla difficoltà di superare i suddetti ostacoli».
Due personaggi. Un ragazzo e una ragazza. Tipici adolescenti nipponici. Che non riescono a compromettersi (in senso buono) l’uno con l’altra. Impiegano decine e decine di episodi prima di arrivare anche solo a una generica dichiarazione di affetto come il non troppo compromettente ti voglio bene. L’eccessiva riservatezza genera una sorta di fobia sociale che impedisce la manifestazione dei sentimenti: si ha paura di creare equivoci, e quindi imbarazzo. Nelle vicende raccontate, l’amore viene spesso vissuto in maniera problematica. Si gioca molto sull’indecisione dei due innamorati, sulla loro incapacità di esprimere i propri sentimenti, sulle pause, sugli sguardi scambiati in rigoroso silenzio (a volte di nascosto dalla persona amata).
Nessuno di questi anime si conclude con il matrimonio dei protagonisti. La vita coniugale è soltanto un’eventualità. Si suggerisce allo spettatore che, una volta calato il sipario, l’ideale proseguimento, potrebbe anche essere quello. Però non lo si dà per certo, e tanto meno per scontato. L’obiettivo stabilito sembra essere la chiarezza. I personaggi che compongono una coppia potenziale sono insicuri e rosi dai dubbi: ma lui/lei mi amerà davvero? Si vuole capire, prima di gettare la maschera.
Il riferimento letterario è fin troppo ovvio: la storia d’amore contrastata e, se possibile, tormentata. Diversamente, non ci sarebbe gusto. Ogni episodio mostra il cammino percorso per passare da una situazione di squilibrio a una di equilibrio ripristinato. Si parte da un ostacolo: qualcosa boicotta la felicità dei due piccioncini. A voler proprio azzardare una suddivisione di comodo, potremmo distinguere due tipi di impedimento: quello oggettivo (l’intromissione di persone o situazioni) e quello soggettivo (le reticenze degli innamorati stessi). Capita, però, che intervengano entrambi. E allora le cose s’attorcigliano terribilmente. Perché non esistono soltanto il bianco e il nero: ci sono anche le gradazioni di grigio. Le (poche) serie che analizzeremo non fanno preferenze tra un intralcio e l’altro.
Lo schema narrativo di questi anime è elementare. Ogni relazione attraversa tre momenti obbligati. All’inizio, c’è lo studio. I potenziali fidanzati si detestano proprio, o si considerano con indifferenza. Uno dei due può avere dei pretendenti, o, comunque, nutrire simpatia per qualcuno. Con la frequentazione, l’atteggiamento dei protagonisti cambia. Si comincia a provare reciproca attrazione, fino a che non si arriva alla reciproca dichiarazione dei propri sentimenti. La storia non finisce qui. Sarebbe troppo semplice, troppo scontato. Nascono i primi dubbi. Incomprensioni ed equivoci fioccano, dando luogo a malintesi che rischiano di creare danni irreparabili. Sembra di stare sulle montagne russe: alti e bassi, alti e bassi, alti e bassi. C’è bisogno di concedersi il famigerato «periodo di riflessione», che spesso prelude alla fine del rapporto. Per fortuna si arriva al tanto sospirato chiarimento: l’amore trionfa.
Si tratta di un canovaccio generico. Non è detto che la vicenda lo segua in maniera pedestre. Lamù la ragazza dello spazio e Ranma ½ costituiscono, ad esempio, due spassose eccezioni. Anche È quasi magia Johnny sembra procedere per conto proprio. In generale, comunque, le serie sentimentali lasciano molto spazio all’umorismo. Nessuna tragedia. Magari qualche piccolo dramma, di quelli che si superano senza grandi affanni. Le protagoniste, qui non si chiamano Candy Candy, Georgie oppure Oscar.
Per fortuna.
Chi si è visto un po’ di anime avrà considerato stravagante, quando non addirittura strano, il comportamento dei personaggi nei rapporti interpersonali. Le relazioni tra i giapponesi sono regolate da un “qualcosa” chiamato amae, parola che può essere tradotta con «dipendenza». Pare sia la fonte – anzi, l’essenza – dei sentimenti umani più delicati: amicizia, rapporto maestro-allievo, amore, “sentimenti omosessuali”. È un’emozione. È il tentativo di avvicinarsi all’altro, e può esistere soltanto laddove sia consentito. Fra i giapponesi è molto sviluppato, sebbene non sia una loro esclusiva. Alla sua base c’è la pulsione alla dipendenza. Rappresenta lo spirito del Giappone e consiste nel desiderio/esigenza di dipendere da qualcuno. In altre parole, è la tendenza a essere oggetto d’amore. Chi la prova si propone lo scopo di guadagnarsi e di conservare la benevolenza di tutti.
L’amae, detto in moneta sonante, non è che la dipendenza dalla figura materna. Nasce nel momento in cui il bambino comincia a considerare indispensabile la madre. Capisce che entrambi conducono esistenze separate, e vuole rimanerle sempre vicino. Rigirando la frittata possiamo dire che, a livello psicologico, è la negazione di tale separazione. Ricordiamoci, per l’ennesima volta, che la divinità principale del panthoen giapponese è Amaterasu, dea dai connotati materni e “umani”. Gli uomini giapponesi, in sostanza, sarebbero siano eterni bambinoni attorcigliati intorno alla sottana della mamma, che in età adulta sostituiscono con la moglie.
All’amae è collegato l’amaeru, elemento tipicamente giapponese. Il termine esprime la benevolenza verso l’attitudine alla dipendenza. In Giappone ci sono due categorie alle quali sono riservati grande libertà e massima indulgenza: gli anziani e i bambini, ai quali è consentito un ampio margine di manovra (nonostante le insidie da parte del mondo degli adulti, sono dei piccoli “cani sciolti”), per via del rispetto accordato alla dipendenza infantile. Libertà significa libertà di amaeru. Ci si può comportare senza grandi restrizioni. L’unico problema è che l’autonomia dei giapponesi è condizionata dall’appartenenza a un gruppo, dal quale dipenderanno sempre.
Ora, la società nipponica ha una struttura di tipo verticale. Alla base di tutto c’è il rapporto fra genitori e figli, utilizzato quale parametro per valutare tutti gli altri. Quanto più il legame tra due persone si avvicina a quello, appunto, esistente tra figli e genitori, tanto più sarà giudicato profondo. Ciò che costituisce l’elemento d’unione spirituale del paese è il concetto di nazione come famiglia. Non a caso, al vertice del Giappone c’è proprio la Famiglia Imperiale, assunta quale punto di riferimento. Ciò che unisce i giapponesi è la consapevolezza di essere – e non di sentirsi – figli di Sua Maestà l’Imperatore.
L’amae favorisce anche la socializzazione perché elimina l’enryo, il tradizionale riserbo giapponese. Tra parenti o appartenenti alla medesima comunità, infatti, non può esservi riservatezza, ed è naturale – oltre che logico – che sia così. La presenza o assenza di enryo permette di riconoscere due tipi di rapporti: quelli interni (uchi) e quelli esterni (soto). È come una cartina di tornasole. Se tra due persone, infatti, non c’è alcun tipo d’intimità, ma circospezione, significa che sono estranei. La condizione di chi, invece, non ha legami – di sangue o d’altro tipo – con nessuno, s’indica con la parola tanin. È complicato spiegare cosa essa indichi di preciso. Diciamo che, in un’accezione molto estensiva, designa il mondo esterno che si contrappone al gruppo.
Stiamo arrivando al punto: ciò che provoca imbarazzo, in un giapponese, è il sentirsi grato e obbligato nei confronti di qualcuno che non appartiene alla propria cerchia. Più intima, infatti, è la relazione tra due individui, minori saranno le manifestazioni di gratitudine. La vergogna è un altro principio fondamentale del Giappone tradizionale. L’uomo giusto e virtuoso la conosce bene. Ma per un giapponese, che pone sempre grande attenzione a ciò che gli altri pensano delle sue azioni, essa rappresenta un’autentica ossessione. Ogni cosa che fa, infatti, porta a determinate conseguenze e nessuno può – oppure deve – agire senza averle prima valutate e previste. Si evitano così tutte le situazioni che possono creare imbarazzo. In un contesto simile, perfino la gratitudine diventa un fardello oneroso: ringrazio, infatti, chi è stato cortese con me, ma al tempo stesso – in virtù del giri – mi scuso con lui per i fastidi che immagino gli abbia creato la cortesia nei miei confronti. In pratica, si portano fino all’estremo i precetti del Bushidō, secondo cui il guerriero deve considerare con attenzione i possibili effetti del proprio agire per non farsi cogliere di sorpresa. Come dire: rispettate le regole e non dovrete vergognarvi di nulla.
A parole sembra tutto facile. Ma entra in gioco anche il senso di colpa. Con i genitori, però, non ci sono grandi problemi: grazie alla grande intimità con essi, scatta l’amae e ogni mancanza viene perdonata. In ogni caso, quando un giapponese si sente in colpa deve percorrere un iter ben definito. S’inizia con il tradimento, che coinvolge nuovamente il giri e può portare ad una rottura dei legami, e si conclude con le scuse. Esse fanno appello all’amaeru, l’indulgenza concessa ai bambini. Se sono sincere inducono alla riconciliazione, e quindi al perdono. I giapponesi lo bramano in continuazione. Perfino quando i rapporti con chi deve concederlo non sono tali da giustificare il ricorso all’amae.
La vergogna non ha età. Bisogna provarla sempre. Sembra quasi regolare le relazioni all’interno di una comunità. Nasce, infatti, dalla consapevolezza di essere sotto gli occhi di tutti e riguarda specialmente il gruppo di appartenenza. La colpa più grande per un giapponese è proprio quella di esserne espulso. E questo spiega molti degli atteggiamenti presenti negli anime: la volontà, da parte del membro di una squadra, di ottenere l’approvazione dei suoi compagni, di non tradire la loro fiducia, di non metterli mai in imbarazzo con il suo comportamento. L’individualismo è la mancanza più grave, perché mette in pericolo la sopravvivenza stessa dell’equipe. Basti pensare alle grandi figure di ribelli: il Cavaliere dello Zodiaco Phoenix; Takeru, il copilota di Gackeen; Maria, la sorella di Actarus. Tutti, all’inizio, rifiutano di mettersi al servizio degli altri. Non comprendono la logica del sacrificio.
Da alcuni anni, però, si avverte aria di cambiamento. Il Giappone tradizionale attribuiva grande importanza alle manifestazioni di vergogna: le comprendeva e approvava. Quello contemporaneo, invece, sembra meno disposto ad accettarle.
Confucio è il responsabile degli inflessibili principi che disciplinano la società giapponese. Per lui, il Tao, vale a dire la Via, non dev’essere abbandonata nemmeno per un istante, ma percorsa fino in fondo, qualunque cosa debba comportare. Il resto non conta.
Dave Lowry, nel saggio Lo spirito delle arti marziali, scrive: «Per indicare una moglie, in giapponese, si usa il termine okusan, che si potrebbe tradurre con “signora della casa”. Okusan è sempre stato reso in un’accezione dispregiativa per connotare una moglie che rimane a casa come una serva. Oku significa “dentro”. Per esser ancora più precisi, significa “profondamente all’interno” […] una okusan è una donna che ha accesso alla parte più intima della vita del marito e alla quale è demandata la sua protezione».
L’uomo delega alla donna la gestione della casa. È lei che amministra le finanze. È lei che segue l’educazione e la crescita dei figli. Però non riesce più a bilanciare l’assenza della figura paterna. Anche perché adesso lavora pure lei. La prole ne risente: cresce senza padre, né madre, mostrando forti difficoltà a relazionarsi con gli altri.
In Giappone i rapporti interpersonali presentano una struttura verticale: una delle due persone sta “in alto”, e l’altra “in basso”. Questo si applica perfino alla sfera sentimentale. Siccome Confucio ha convinto tutti che la donna è una creatura inferiore, diventa impossibile, per lei, stare alla pari con un uomo. Per affermarsi, deve essere fredda e priva di emozioni. Un po’ come Aphrodia e la Dottoressa Queenstein, i due personaggi femminili di Baldios il guerriero dello spazio (anche se poi tanto gelide e insensibili non lo sono). Amare significa arrendersi e indebolirsi. Basti pensare alla vita di quelle poveracce che affiancano i piloti dei vari robottoni. Sempre in secondo piano, prontissime a cacciarsi nei pasticci per consentire all’eroe di salvarle. Fedeli a un uomo. Uno soltanto. Fa testo, a questo proposito, l’Hagakure, nel quale si riportano le parole di un certo Shikibu: «[…] Bisogna ricordare bene che una donna virtuosa non può avere due mariti. Per tutta la vita l’amore va diretto a una sola persona; in caso diverso esso equivale alla prostituzione. E questa è una vergogna per un samurai».
La forte influenza del Bushidō si fa sentire anche in materia di affetti. Basta prendere la prima delle tre citazioni poste quali epigrafi di questo capitolo, tratta nuovamente dall’Hagakure: «Siamo d’accordo che l’amore più grande è quello segreto. Quando si incontra la persona amata, l’amore perde di intensità. Nel pensare, in segreto, per tutta la vita alla persona amata e poi morire, sta tutta l’essenza del vero amore».
Il concetto viene ribadito diverse pagine più avanti: «Come dice la poesia: “Alla mia morte, dal fumo conoscerai il mio amore, tenuto nascosto nel mio cuore”. L’amore che si manifesta durante la vita non è un amore profondo; solo l’amore che si testimonia con la morte ha una dignità infinita. Gli altri possono pensare diversamente da me, ma io sono convinto che amare fino alla morte è una cosa suprema: un amore simile non conosce menzogne».
E le partner dei piloti, in effetti, cosa fanno? Se ne stanno zitte e buone, rassegnate ad amare in silenzio. Durante l’Era Meiji, i giapponesi sono stati educati a reprimere i propri sentimenti. Non è stato difficile, per un popolo già riservato di suo. È gente molto chiusa, che non si apre, né si confida: nasconde accuratamente la propria emotività. Secondo la mentalità nipponica, una persona che mostri apertamente le sue emozioni, rischia paradossalmente di passare per superficiale. Sfogliando il volumetto Passport Giappone, scopriamo che «Mostrare le emozioni, anche davanti ad altri giapponesi, è considerato come un tentativo di attirare senza motivo l’attenzione su di sé».
Un’ulteriore conferma ci viene da Shota, il moccioso rompipalle e combinaguai di God Sigma, l’imperatore dello spazio. Dimostrando una insospettata (e improbabile) saggezza, sentenzia: «Una ragazza che custodisce dentro di sé i suoi sentimenti, spesso è molto più innamorata di un’altra ragazza che sbandiera ai quattro venti il suo amore».
Gli affetti privati non si esibiscono in pubblico, specie negli ambienti frequentati per ragioni di studio oppure di lavoro. Le storie d’amore tra studenti, a scuola oppure all’università, non sono una cosa fuori dal mondo. Non se ne fa mistero e se ne discute tranquillamente. L’atteggiamento esteriore degli interessati, però, non lascia trapelare nulla. Insomma: più una relazione è profonda, meno la si ostenta. In caso contrario, significa che si tratta d’una cosa superficiale e poco impegnativa.
Si evita con cura di mostrare ciò che si prova. Come riportato su Passport Giappone, «I giapponesi imparano fin da piccoli a mascherare le passioni, nascondere delusioni, frenare impulsi, eccessi di rabbia o gioia e, soprattutto, a non piangere in pubblico».
Parlando della donna del samurai, Inazô Nitobe, nel suo saggio Bushidō, insiste proprio su questo punto: «Ancora da giovanette le donne dei Samurai venivano […] educate a reprimere i loro sentimenti, a rendere d’acciaio i loro nervi […]».
Diversamente, possono verificarsi situazioni spiacevoli, come descritto nel romanzo Principe Genji: «Talvolta la compagna perfetta si rivela troppo impressionabile, e nelle occasioni meno opportune fa sfoggia dei suoi sentimenti in modo così ridicolo che noi ci sorprendiamo a desiderare d’esserne ben presto liberati».
La disciplina somma è dominare le emozioni. L’ennesimo precetto del Bushidō. Il vero samurai deve mantenere il controllo di sé in ogni circostanza. Per evitare di farsi sorprendere. Il principio non è sbagliato, ma il riserbo nipponico può raggiungere punte parossistiche: vige, infatti, la regola non scritta di non dire nulla di sgradevole al proprio interlocutore, per rispetto nei suoi confronti. L’eccesso di prudenza porta, però, a eludere il no diretto. Viene sentito troppo brutale, così ci girano intorno. È da questo atteggiamento che nascono molti degli equivoci cui assistiamo negli anime. Le cose non dette generano e alimentano situazioni irrisolte, complicazioni, dubbi, paranoie. Succede nelle serie sentimentali, ma anche in quelle guerriere, robotiche e sportive. Nemmeno gli shōjo si salvano.
Tanta riservatezza affonda le radici nella Storia. Dall’era Tokugawa si passa all’era Meiji, di segno opposto e caratterizzata da quella che è stata definita Restaurazione Meiji. L’Imperatore, fino ad allora semplice figura di rappresentanza, riprende in mano le redini del paese. Anche le istituzioni religiose, combattute e private d’ogni potere durante il periodo Tokugawa, recuperano una certa importanza. Il Cristianesimo, precedentemente bandito, viene riammesso. Nel 1853, inoltre, il Giappone capisce che non può più rimanere isolato dal resto del mondo: le “navi nere” del Commodoro Perry forzano il blocco e approdano sulle sue coste. Non è esattamente il primo contatto con lo straniero: nel 1542, infatti, durante l’era Ashikaga (1333-1568), si verifica il naufragio d’una nave portoghese.
Tutti chiedono ai giapponesi di non rimanere chiusi in se stessi. E loro sentono che è arrivato il momento di aprirsi a ciò che sta fuori. Ormai è una necessità. Nel 1859 il porto di Yokohama viene reso accessibile alle altre nazioni. Quest’apertura pone, però, un doppio problema. Il paese va anzitutto modernizzato e industrializzato, per non restare indietro. La struttura gerarchica è mantenuta, ma semplificata: si “abolisce” la figura dello shogun. Ma il Giappone deve anche proteggere propria indipendenza nazionale rispetto all’occidente. C’è, insomma, da combinare una duplice esigenza: occidentalizzarsi, ma al tempo stesso difendersi. Per questo le regole sociali vengono irrigidite. Allo scopo di tutelare se stessa e la popolazione, la dinastia Meiji disciplina la vita quotidiana giapponese secondo principi rigorosi, che generano, quale conseguenza, il sacrificio dell’individualità a vantaggio della collettività. È l’esaltazione dello spirito di gruppo. Domina la logica della squadra. Se ne vedono i riflessi negli anime analizzati finora. L’unico neo è che questa rivoluzione – o restaurazione, se si preferisce – non è stata voluta dal popolo, bensì imposta dall’alto. In questo modo, il paese riesce a lasciare intatta la propria struttura feudale.
Ci ho fatto caso adesso.
C’è un silenzio da neve.
Ma non guarderò fuori per verificare.
Lo farò domattina.
Tanto sono pronto al peggio.
O a quello che io considero tale.
Mago Merdino.
Lui la immaginò subito nuda ai suoi piedi.
Lei riuscì soltanto a vederlo in mutande.
Anzi, no.
In boxer.
Volevano fare gli originali.
Così diventarono odianti.
Ho un cellulare dispettoso.
Quando voglio che si scarichi, resiste.
E quando mi serve, mi lascia a piedi.
Per me lo fa apposta.
Mangiare a UFO.
Mi viene freddo solo a pensarci.
Porgimi
il destro.
Ma occhio
al sinistro.
Mi è arrivata una mail.
L’ho trovata nella sezione antispam di una delle mie caselle di posta.
Nell’oggetto si parlava di un penis enlargment.
Ringrazio sentitamente.
Ma io sono contento del penis che ho.
Sono due ore che mi stai scansionando il sistema.
Testa di cazzo di un Antispyware.
E sbrigati…
Il verdetto emesso dall’immaginario collettivo non lascia scampo: la donna giapponese è una creatura remissiva e decorativa, sempre pronta a cedere il passo all’uomo. La società l’ha relegata in una posizione subordinata dalla quale non può fare altro che essere moglie e madre. Conta quanto il due di briscola, insomma, come tutte quelle fanciulle che negli anime robotici hanno la (s)ventura di affiancare l’Eroe. La sua è una presenza discreta. Occupa poco spazio, non è invadente. I suoi gesti sono molto misurati: non fa nulla che possa metterla troppo in evidenza. La spigliatezza non fa per lei. E non parliamo poi delle inibizioni. Soltanto le giovanissime sono spontanee, mentre la maggior parte delle donne assume un atteggiamento misurato e composto.
Nei cartoni animati, invece, le donne sembrano eludere questi cliché. In generale, si potrebbe dire che lo shōjo, specie se di ambientazione occidentale, esprime il desiderio delle giapponesi di essere più libere e di affrancarsi da una condizione molto vicina alla schiavitù. Le protagoniste sono tutte ragazzuole energiche e motivate, impegnate nella realizzazione di un sogno – o al raggiungimento di un obiettivo, che in fondo è la stessa cosa – e non si arrendono di fronte a nulla. Anzi, le difficoltà sembrano spingerle a dare il meglio di sé. In parte lo abbiamo visto trattando delle serie sportive. Pare che all’inizio le storie raccontate negli shōjo fossero di due soli tipi: di ambientazione scolastica oppure familiare. Negli anni guadagnano in complessità e concretezza, affiancando, a quelli già esistenti, quattro nuovi filoni: storico, sportivo (trattato nel capitolo precedente per essere un pelo coerente con la classificazione che ho adottato), satirico e magico. Nonostante l’emancipazione “animata”, la donna mantiene invariata la propria fisionomia: l’immancabile lieto fine insiste sui concetti convenzionali di sempre, tipo che matrimonio e famiglia costituiscono l’unica e sola opportunità per la sua completa realizzazione. Si finisce per approdare negli stessi lidi, insomma. Gli shōjo di ambientazione e ideazione giapponese partono tutti da una situazione di conflitto: la protagonista deve a tutti i costi superare un ostacolo. Di solito, gli autori trapiantano, e con successo, in un contesto nipponico gli elementi miscelati nelle serie a sfondo occidentale. Ma possono attingere anche da un comodo serbatoio interno.
Il Giappone, infatti, le storie che gli servono le ha già in casa. Come la Storia di Ochikubo (in originale Ochikubo Monogatari), di autore anonimo, che risale alla fine del X secolo (periodo Heian). Diciamo che è la versione nipponica della favola di Cenerentola. C’è una principessa imperiale, giovane e bella. È una delle mogli di un importante funzionario. In punto di morte, chiede al consorte di aver cura della figlia, la Ochikubo del titolo, e proteggerla. La promessa va a vuoto. Il vedovo non è cattivo, ma ha il nerbo di un invertebrato. La tratta con freddezza, la trascura. E solo per non avere grane dalla perfida e avida matrigna. Proprio lei costituisce l’elemento che spezza l’equilibrio originario da ripristinare, perché impedisce alla ragazza di appartenere al suo ambiente naturale, a favore, naturalmente, delle sorellastre. Ochikubo viene letteralmente abbandonata nelle sue grinfie, e deve subire di tutto. Compreso il vecchio bavoso che la insidia cercando impunemente di trarre il massimo vantaggio dalla sua precaria condizione. Tocca all’amore il compito di risvegliare le sue potenzialità sopite e offrirle l’opportunità di riacquistare il prestigio sociale perduto. Il catalizzatore della rivincita è un giovanotto bello e valoroso, di ottima famiglia, tale Michiyori. Senza svelarle la propria identità, la rapisce. Dopo avere sottoposto la matrigna di Ochikubo a umiliazioni inimmaginabili, sposa la ragazza e la riunisce alla famiglia d’origine. L’happy end comprende un sacco di roba: il “riconoscimento finale” di Michiyori, che si rivela per quello che è; il trionfo della giustizia; il riscatto della protagonista; la riconciliazione della stessa con padre e matrigna, la quale si ammorbidisce, sì, ma resta pur sempre incorreggibile. Eppure Ochikubo non pensa neppure lontanamente a vendicarsi delle angherie subito. Si mostra, anzi, dispiaciuta e contrariata di fronte alle punizioni che il futuro marito infligge alla donna. In ossequio ai dettami di Confucio e dello Shintoismo, essa mantiene intatto il proprio rispetto filiale, nonostante i genitori non ne siano degni. Per quanto lieta, la conclusione non fa che ribadire il pregiudizio – mai espresso apertamente – secondo cui la realizzazione completa di una donna sta nel matrimonio e quindi nella costituzione d’una famiglia.
La Storia di Ochikubo appartiene alla tradizione dei «racconti di figliastre», genere tipico della letteratura giapponese classica. Le prove che la protagonista deve superare rappresentano in realtà le difficoltà psicologiche affrontate dagli adolescenti durante il passaggio dall’età infantile a quella adulta. Ciascun ostacolo delimita un ideale percorso di crescita e formazione. Gli stereotipi di questo filone vengono sfruttati a più non posso negli anime. Ogni volta siamo di fronte a una giovane remissiva che accetta senza battere ciglio il proprio destino, quasi ritenesse di esserselo in qualche modo meritato. Il suo unico interesse è quello di dedicarsi alle attività tradizionali che l’educazione femminile comporta. Tutto questo si traduce nella figura della ragazza sfigata che cade in disgrazia e si trova costretta a subire i soprusi del prepotente di turno. Da qui comincia a risalire la china, per riconquistare quanto le è stato tolto o guadagnarsi – e con (parecchia) fatica – ciò che le spetta.
Gli shōjo enfatizzano, con malcelato sadismo, un tratto della mentalità giapponese cui accennavamo nel primo capitolo: il vittimismo. La maggioranza di essi racconta storie strappalacrime, nelle quali la simpatia per i personaggi iellati è evidente. Si fa leva sulla tenerezza che inevitabilmente suscita lo “sconfitto”. Che poi, proprio sconfitto non è. Da un lato, infatti, porge rassegnato la guancia all’avverso destino, ma dall’altro non lascia nulla d’intentato pur di raggiungere il proprio obiettivo. Se poi perde, pazienza. Almeno ci ha provato. E questo rende la disfatta meritevole del più assoluto rispetto.
Appare assai probabile l’influsso della dottrina buddista su queste produzioni – come, del resto, su altri generi di anime. La Prima Nobile Verità sostiene, infatti, che il sostrato costante dell’esistenza è costituito da dolore e sofferenza. I quali servono a irrobustire lo spirito. I personaggi di questi cartoni animati non hanno mai un atteggiamento passivo dinanzi alle difficoltà che ne intralciano il cammino. Al contrario: non si arrendono mai. Sanno di poter contare unicamente sulle loro forze, perché nessuno è disposto a regalare niente. Tutto ciò trova una forte legittimazione nel codice dei samurai. Secondo l’Hagakure, «chi si scoraggia nelle avversità non può diventare una persona utile». E il samurai Shida Kichinosuke rincara la dose, affermando che «per l’uomo è un bene soffrire fino in fondo».
Tutto regolare, insomma. Ma il dolore non è l’unico ingrediente utilizzato negli shōjo (e non limitato a essi). A insaporire le tragiche situazioni imbastite dagli autori interviene ben altro. La ricerca e il ritrovamento di una persona cara creduta persa per sempre, ad esempio. Il che permette pure l’impiego di un trucco frequentissimo, quale il “riconoscimento finale”. I colpi di scena si sprecano, e sono spesso di grande effetto, nonostante in diversi casi siano proprio “telefonati”. Non mancano nemmeno la Risoluzione del Mistero di turno e la Rivelazione di un Terribile (almeno nelle intenzioni) Segreto. Si assiste inoltre alle manifestazioni di un sentimento definito dai giapponesi kuyami. L’abbiamo trovato, senza accorgercene, anche in altri generi. In pratica, il personaggio che lo prova, esprime il rimpianto di non aver detto (o fatto) determinate cose ai propri cari mentre erano in vita. È qualcosa, insomma, che coinvolge i defunti.
A livello espressivo, in queste serie la regia si sofferma di preferenza sui primi piani. Tende, cioè, a enfatizzare le caratteristiche estetiche delle “eroine”: grandi e dinamici occhioni risplendenti di felicità oppure intrisi di lacrime per la commozione; labbra piccole e aggraziate; interminabili acconciature tutte ricci e boccoli abbandonate al vento che soffia impietose; aggiungete, infine, un abbigliamento all’insegna dell’eccesso, caratterizzato da infiniti fiocchi, nastri, pizzi e tutto quanto può contribuire a trasformare queste ragazzine in gigantesche caramelle Sperlari. Salvo eccezioni, le figure delle protagoniste sono minute, aggraziate e acerbe. Le loro conformazioni anatomiche sono prive di sensualità e provocazione. Le diresti quasi asessuate, perché sembrano non avere il seno. Fa eccezione la mortifera Georgie, il cui anime, però, tratta argomenti parecchio spinosi. Lo vedremo più avanti. Per quanto riguarda il paesaggio, esso non è che il riflesso dello stato d’animo di ciascun personaggio. Se la ragazzina si sente raggiante, tutto non potrà che ridere insieme a lei. Tristezza e dolore si accompagneranno invece a giornate grigie oppure tempestose. È tutto relativo.
È paradossale, ma i primi shōjo sono realizzati da uomini, anziché da donne. Il primo in assoluto è La Principessa Zaffiro di Osamu Tezuka, il «dio dei manga», che aveva la mania – chiamiamola così – di utilizzare diversi suoi personaggi come fossero degli attori, spostandoli, cioè, da un’opera all’altra. Le prime autrici compaiono negli anni Settanta. Utilizzano temi già sfruttati, introducendone di nuovi. Con loro, le donne presenti negli anime cessano di essere semplici comprimarie e acquistano maggiore importanza.
Settimana difficile, dicono.
Neve.
E supergelo.
Con temperature da record.
Ma perché devono sempre essere così catastrofici…
Qui da me splende il sole.
Nessuna nuvola.
Niente neve.
Mio padre sostiene che l’Emilia Romagna stia diventando una zona desertica.
Stai a vedere che adesso devo dargli ragione.
In giapponese «ragazzo» si dice shōnen. «Ragazza», invece, è shōjo. Gli shōjo anime, sono i cartoni animati destinati a un pubblico femminile che va dai dieci ai diciotto anni circa. Niente più eroi al centro del palcoscenico, ma eroine. È necessario, dunque, riflettere sulla condizione della donna in Giappone. Per vedere se ci capiamo qualcosa.
Lo spunto può essere un’osservazione di Kaji, l’amante di Misato nell’anime robotico Neon Genesis Evangelion: «Le donne sono gli esseri dell’altra riva. Per noi uomini, intendo. Questo significa che tra l’uomo e la donna scorre un fiume, un fiume più ampio e profondo del mare».
Come dire che uomo e donna sono due entità nettamente distinte, tanto che a separarli interviene metaforicamente qualcosa che sembra un mare, pur senza esserlo.
L’amico non ha tutti i torti. È stata la cultura cinese a fregare le donne nipponiche. Fino all’Era Tokugawa hanno goduto di una certa importanza, perché in Giappone vigeva una società d’impostazione matriarcale. Basti ricordare che nel panteon shintoista la divinità più importante è la Dea del Sole Amaterasu. Nella successiva Era Meiji il Giappone si apre agli stranieri. Si diffonde, cioè, una certa curiosità nei confronti dell’Occidente. Fino a quel momento il magico paese del Sol Levante era rimasto isolato dal resto del mondo. Gli unici rapporti concreti con una cultura “altra” si erano limitati alla Cina e all’India, sebbene attraverso la mediazione cinese. Il primo vero contatto con l’Esterno risale al 1542: una nave cinese naufraga sulle coste del Giappone. A bordo, ci sono cinesi e portoghesi, che s’insediano con una serie di basi navali a Nagasaki. I portoghesi diffondono il Cristianesimo, che viene bandito con un editto nel 1587. Nel Seicento, si passa dalle parole ai fatti: i cristiani vengono perseguitati e uccisi.
La svolta si deve all’Imperatore Mutsuhito (è dall’appellativo attribuitogli di «splendente» che, oltretutto, prende nome l’Era Meiji). Ritira gli editti anticristiani e stringe rapporti commerciali con gli Stati Uniti. È con lui che il Giappone avverte la necessità, per non dire l’urgenza, di modernizzare la struttura del governo e della società. Al tempo stesso si ritiene prudente adottare una serie di contromisure allo scopo di proteggere il paese – mai invaso in precedenza – che finiscono per reprimere la naturalezza dei costumi giapponesi, imponendo un atteggiamento assai simile a quello del puritanesimo vittoriano. Per dare, insomma, un’idea di modernità, il Giappone finisce per alterare il senso del pudore.
L’influsso esclusivo della Cina si è fatto sentire in profondità. I classici della letteratura cinese – tuttora studiati – rientravano addirittura nella preparazione degli antichi samurai. Non parliamo, poi, di Confucio. In pratica, costui utilizza il Tao per creare un sistema rigido e immobilistico, basato su una serie di severi divieti morali, secondo cui la donna è considerata naturalmente inferiore all’uomo. La sua educazione deve limitarsi al saper leggere e scrivere. Può fare una cosa sola: obbedire. È il suo dovere principale. Non ha voce in capitolo nemmeno nella scelta del marito, il quale, impostole dai genitori, ha il diritto di comandarla a bacchetta e mantiene con lei rapporti improntati a una fredda formalità. Ne deriva il ritratto di una donna sottomessa, abituata – o forse sarebbe meglio dire rassegnata – da secoli a rinnegare se stessa. Tanto da incontrare forti difficoltà una volta che abbia deciso di emanciparsi.
Le parole pronunciate da Kaji acquistano un senso. I ruoli sessuali sono, infatti, rigorosamente stabiliti e separati. L’essenziale è che nessuno dei due faccia qualcosa che rechi disonore all’altro. Alla donna è concesso di essere soltanto moglie e madre. L’uomo è più libero d’agire e può scegliere tra varie possibilità. Una volta trovato il suo ruolo, però, ne rimane prigioniero. La sua identificazione con esso è totale. In pratica, finisce per diventare la sua identità. Libertà apparente, quindi. Perché quella giapponese è una società chiusa nella quale non cambia nulla.
Ma Will Ferguson, nel suo Autostop con Buddha, ha rilevato una curiosa contraddizione: «In Giappone, dove le donne vivono più a lungo che in qualunque altro gruppo etnico sulla terra, dove gli uomini – soprattutto quelli delle generazioni precedenti – si affidano così tanto alle donne e si sentono così perduti senza di loro, in Giappone, appunto, quella del vedovo è una delle figure più meste che si possano immaginare».
È vero. Negli anime per ragazzi i padri vedovi, perduti e poi ritrovati, sono parecchi. Forse più numerosi delle madri superstiti. Quanti personaggi rimpiangono di non poter più stringere fra le braccia la mamma?… La situazione sembra, invece, ribaltarsi con gli shōjo anime. Le protagoniste sono spesso alla ricerca della Madre Smarrita. Charlotte e Sandybell, per lo meno, rientrano in tale casistica. Tra le eccezioni, troviamo invece Lady Georgie. Ma c’è tempo per discuterne. Sembra paradossale, eppure la donna, all’interno del nucleo famigliare, gode di una certa autorità e autonomia. La gestione economica è affar suo: amministra lo stipendio versato per intero dal marito, cui passa una quota mensile per svaghi e vizi. In altri termini, tiene lei i cordoni della borsa. Al ristorante, le coppie sposate si riconoscono proprio dal fatto che è la donna a pagare. A lei è affidato il compito di crescere ed educare i pargoli. Non solo: tiene i contatti tra i vari membri della famiglia, favorendone scambi e comunicazione. E quando c’è bisogno d’un consiglio, i figli si rivolgono a lei, non al babbo. La vera relazione di coppia, non è, come sarebbe logico pensare, quella tra marito e moglie, bensì quella tra madre e figli. Il maschio le è molto attaccato, e instaura con essa un rapporto fatto di amore, devozione e timore reverenziale. Il padre è una figura latitante: non gioca con i figli, durante la settimana pensa soltanto al lavoro, e alla domenica si fa gli affaracci suoi. Una condizione riflessa in tutti quegli anime che vedono il protagonista orbo del genitore maschile. La sua docile remissività – considerata la prima virtù per una donna – rende inoltre sopportabile all’uomo la sua grigia esistenza impiegatizia. Insomma, le donne giapponesi godono di inaspettati margini di libertà. A casa possono fare ciò che vogliono, in attesa che i figli tornino da scuola, e il marito dal lavoro. Negli spostamenti, si muovono in completa autonomia e viaggiano senza la compagnia di un uomo.
Le zone franche, sia pure molto circoscritte, concesse alle donne potrebbero sembrare una contraddizione, se consideriamo i secoli di repressione che ne hanno condizionato comportamento e posizione sociale. Esse, però, sono state favorite dalle vite separate che i due sessi hanno condotto. A ognuno il suo ruolo, si diceva. Ecco l’origine del «fiume più ampio e profondo del mare» che secondo Kaji li separa. Nonostante ciò, la posizione della donna giapponese rimane pur sempre subalterna e sottomessa all’uomo. Nell’Hagakure si stabilisce addirittura che il marito vada trattato come un sovrano. Un cambiamento è possibile, e può venire soltanto dalle donne, perché hanno più tempo per pensare, chiarirsi le idee e raccogliere le forze. Gli uomini, invece, sono ossessionati dall’Occidente e non si curano più della tradizione: al contrario, la disprezzano.
Il nucleo su cui si regge la società giapponese, vale a dire la famiglia, non è più così saldo o indiscutibile. Se ne trova conferma in Piccoli problemi di cuore, un anime che potremmo definire rivoluzionario, perché la molla narrativa è costituita dallo scambio di coniugi fra due coppie. È successo che la tradizionale capacità di sopportazione femminile della donna è diminuita parecchio, grazie anche a una legislazione meno rigida. E i divorzi sono in aumento. La fedeltà coniugale è sempre stata una convenzione sociale. Al marito giapponese è concesso di tenere il piede in più scarpe. Le relazioni extraconiugali sono concesse e benviste, purché non danneggino il matrimonio. Adesso, però, la moglie considera disonorevole che il coniuge abbia l’amante. Si sta emancipando. Non accetta più un destino di serva cui non può – ma soprattutto, non deve – opporsi e che deve trasmettere alle figlie in favore dei figli. C’è solo un problema: finanziariamente dipende ancora dall’uomo. Per questo molte giapponesi esitano ad affermarsi in campo lavorativo: temono, così facendo, di offendere le tradizioni familiari, e quindi genitori, fidanzati, mariti.